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foto STEFANO COVRE |
Perché sì, a guardarlo camminare è anchilosato e incerto, ma sul podio Blomstedt si toglie dal groppone almeno due decadi e il corpo, la materia, si trasformano in idea. Sembra tuffarsi nell'orchestra, abbracciarla. Non completamente nei Canti biblici di Dvořák in realtà, che dipana con mestiere un po' svogliato e occhi appoggiati sullo spartito, ma già Bruckner è un’altra cosa.
La partitura sta lì sul leggio perché non si sa mai, ma Blomstedt non ha bisogno di aprirla, ne conosce ogni anfratto e sa rivelarlo a orchestra e pubblico. C’è il dettaglio, ovunque, che però non diventa mai focus ma è sempre parte di un tutto magmatico e coeso. Né c’è compiacimento, laddove per compiacimento si intende ricerca dell’estetica, del suono in quanto bello anziché significante. L’Adagio estetico però lo è eccome, ma senza darlo a vedere. Il gesto musicale e il colore degli archi, tanto morbidi e caldi, non sono mai sorprendenti ma quanto di più giusto e naturale si possa immaginare. Sono semplicemente veri. Non è un Bruckner analitico o rivelatore insomma, nel senso che è più suonato che spiegato, ma con un'anima gigantesca: vi si avvertono una sapienza e una tradizione guadagnate, millimetro dopo millimetro, in una vita.
Se dei Canti biblici si è già fatto cenno, e complessivamente sono il momento meno interessante della doppia inaugurazione del Teatro Verdi di Pordenone ancora una volta affidata alla Gustav Mahler Jugendorchester, ben più riusciti sono i Rückert Lieder, che come l’opera di Dvořák sono affidati alla voce di Christian Gerhaher. Il quale Gerhaher è uno straordinario artista e cantante, seppur la voce inizi a patire qualche incrinatura dello smalto. Timbro di chiarezza tenorile, emissione scopertissima e spesso (volontariamente) ai limiti della sbiancatura, inflessioni su inflessioni. Gerhaher è il genere di cantante che mastica ogni parola, la assapora, fino ad esprimere tutto ciò che gli è possibile esprimere, non bluffa mai. Preferisce correre il rischio di sporcare una nota o arrampicarsi a qualche acuto piuttosto che proteggerlo per farlo uscire rotondo ma avulso dalla sua grammatica espressiva. A perderci chiaramente è la rotondità, che non è sempre immacolata, ma musica e poesia escono sempre vincitrici.
Il lied dalla Resurrezione di Mahler che offre da bis è in linea: intimismo e tanti ceselli ma qualche ombra.
Lo Strauss di Tod und Verklärung è sulla carta, ma anche alla prova del palco, il terreno ideale per esaltare le qualità dell’orchestra, che infatti spara compatta un’onda di suono poderoso e scintillante ma talmente equilibrato da lasciare emergere ogni voce solista e quella di Raphaëlle Moreau forse merita un elogio particolare, perché una spalla che fa cantare il violino così è un lusso.
Lascio per ultima l'Eroica che ha chiuso il secondo concerto, provando a scriverne senza scivolare nella retorica. Questo è un Beethoven puro, in cui virtuosismo, pensiero e sensibilità marciano di pari passo, senza fratture musicali né di concertazione, liquido nel suono, nell’agogica e nello sviluppo. È un’esecuzione che trascende il livello tecnico altissimo, fondendo all’energia una freschezza personale ma misurata, all’aplomb garbato una raffinatezza allergica a qualsiasi traccia di pedanteria. E se ciò riesce è perché l'idea musicale è nelle mani di chi sa realizzarla: una simile abilità nello sbalzare le dinamiche e fondere strumenti e sezioni, senza rinunciare né al corpo del suono, né alla delicatezza cameristica, è cosa da maestro dei maestri.
Difficile dire dove finiscano i meriti di Blomstedt e dove inizino quelli dei musicisti, ma una GMJO così nitida non la si era mai ascoltata, almeno negli ultimi anni. Il suono è levigatissimo e luminoso, terso ma sostanzioso. È raro che le orchestre che vantano una tavolozza timbrica versata ai colori caldi sappiano esprimere tale trasparenza, virtù in genere appannaggio delle compagini più chiare, eppure a volte succede.
Trionfo dopo la prima serata, ovazioni da stadio alla seconda, ma un Beethoven del genere le chiama tutte.
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