13 novembre 2017

La Quinta di Mahler secondo Myung-Whun Chung alla Fenice

L’Adagietto può spiegare per sommi capi dove risieda l’arte stregonesca di Myung-Whun Chung. Per undici minuti il suono scorre, si espande e si assottiglia, attraversa una miriade di sfumature senza mai spezzarsi. Tutto sembra svilupparsi in un’unica, infinita arcata, in un solo respiro.

È questo il suo Mahler: un prodigio di fluidità, di legato, di continuità e morbidezza. Dalla fanfara della tromba – l’ottimo Piergiuseppe Doldi – che apre la Marcia funebre fino a quella chiusa parossistica e furibonda tutto appare consequenziale, non c’è una frattura, non c’è un’idea che stoni o sembri vagamente forzata. Insomma, ancor prima che una grande lettura, quella di Chung è una lezione di concertazione in cui la cura quasi edonistica per la qualità del suono, per gli equilibri e per l’omogeneità dell’amalgama sono il punto di partenza su cui costruire il resto.


L’interpretazione diventa poi un affare di colori e articolazione, di dettagli. Chung non ostenta, non rimarca l’effetto né ipertrofizza – non ha quella propensione di certa tradizione mitteleuropea per un Mahler titanico e magniloquente - ma piuttosto ripulisce, scava, e infine, giunto all’osso, pennella. Ci sono così passaggi dalla delicatezza cameristica – la sezione centrale dello Scherzo ha una tinta lunare – ma anche risvolti demoniaci, minacciosi (certi strappi degli archi gravi fanno tremare i muri), senza mai rinunciare alla cantabilità e, soprattutto, senza alcuna traccia di meccanicità o di artificio.

Non che il discorso si riduca a un approccio esclusivamente lirico o ascetico alla Sinfonia, tutt’altro. Se c’è da scatenare l’orchestra Chung non si tira certo indietro e neppure quando si tratta si infiammare la musica, con i professori d’orchestra che in certi momenti vengono spremuti da un gesto che chiede intensità e passione, o che addensa il turgore del suono quasi scavandoci dentro con le mani. Il risultato è straordinario per ricchezza di colori, di dinamiche e di soluzioni espressive ma soprattutto per vitalità e plasticità dello sviluppo.

I violoncelli che ora borbottano, ora scalpitano nervosi, ora cantano, i violini centrano con la stessa apparente semplicità una calda pastosità, ove sollecitata, o una leggerezza straniante (nel delicatissimo inizio dell’Adagietto), gli ottoni scintillano ma sanno anche rendersi morbidi e delicati. Persino le percussioni trovano un carattere timbrico peculiare, con il timpano della brava Barbara Tomasin che pare quasi mormorare allorché riprende, in pianissimo, il tema della tromba nel primo movimento.

Insomma se il concerto esita in un successo i meriti vanno equamente condivisi con l’Orchestra del Teatro La Fenice che si presenta in forma smagliante e risponde, per precisione e soprattutto per qualità timbrica, al meglio delle proprie possibilità. Qualche minuscola sbavatura, più del collettivo che dei singoli, ci scappa ma è poca cosa, tanto più se si considera il fatto che Mahler non è pane quotidiano da queste parti, e sarebbe bello lo diventasse visto che il potenziale per suonarlo come si deve c’è tutto.

Si comporta assai bene anche Konstantin Becker, corno obbligato, che pur senza imporsi per estroversione garantisce solidità, precisione e anche bel suono (l’attacco del Rondo-Finale, ad esempio, è pregevolissimo).

Teatro strapieno e trionfo sacrosanto.

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